
“Bambina, non lasciare che la vita indurisca il tuo cuore.”
Queste parole, pronunciate da una vecchia donna seduta al sole, racchiudono l’essenza dell’insegnamento che Pema Chödrön ricevette da bambina e che ha ispirato il suo cammino spirituale. Come lei, anche noi abbiamo sempre una scelta fondamentale: possiamo permettere alle difficoltà della vita di indurirci, rendendoci più risentiti e paurosi, oppure possiamo lasciarci ammorbidire da esse, diventando più gentili e aperti proprio verso ciò che ci spaventa.
La Vulnerabilità come Forza
Nel mondo contemporaneo, la vulnerabilità è spesso vista come debolezza. Viviamo in un mondo percioloso e la vulnerabilità spaventa perché significa avere un cuore aperto. Non è essere deboli ma è essere aperti e quella apertura ci sembra qualcosa che appartiene solo agli eroi. Forse è per questo che da bambinə amiamo i super eroi. Ognuno ha avuto i propri e li ha sentiti vicini come se fossero dei protettori a cui rivolgerci quando le cose si mettevano male. Nello stesso tempo siamo stati incoraggiati a costruire muri, a proteggerci, a non mostrare le nostre ferite. Eppure, come ci insegna il concetto buddhista del bodhicitta, è proprio nella nostra vulnerabilità che risiede la nostra più grande forza.
Il bodhicitta – letteralmente “mente risvegliata” o “cuore risvegliato” – è quel punto dolce, quel luogo tenero e vulnerabile come una ferita aperta che tutti possediamo. È la nostra innata capacità di amare e di provare compassione, di sentire il dolore che condividiamo con gli altri esseri viventi. È ciò che ci rende umani.
Quando abbiamo paura, ergiamo barricate fatte di opinioni, pregiudizi e strategie difensive. Rinforziamo questi muri con rabbia, bramosia, indifferenza, gelosia, arroganza. Ma il bodhicitta è come una crepa in queste fortificazioni, un’apertura naturale che ci permette di connetterci con noi stessi e con gli altri in modo autentico.
Io avevo un peluche
Io non avevo un supereroe ma un peluche che, nel tempo, era diventato parecchio spelacchiato. Spelacchiato dal troppo amore, come racconta la favola di Margery Williams. Se immagino un bodhicitta, un vulnerabile guerrieri lo immagino così, un po’ spelacchiato dal tanto amore
Che cos’è il vero?”, chiese il Coniglietto un giorno, mentre stavano fianco a fianco, vicino al caminetto nella stanza dei bambini, in attesa che la Nana arrivasse a riordinare la stanza. “Vuol dire avere cose che ti ronzano dentro e una chiavetta per caricarti?”
“Vero non è come sei fatto”, rispose il Cavallino di cuoio. “È una cosa che ti succede. Se un bambino ti vuole bene per tanto, tanto tempo e non sei solo qualcosa con cui giocare ma ti vuole veramente bene allora diventi Vero”.
“Fa male?”,Chiese il Coniglietto. “A volte”, rispose il Cavallino di cuoio che non mentiva mai. “Quando sei Vero non ti importa se fa male.” “Succede tutto in una volta, come essere caricato a molla”, Chiese per essere sicuro, “o un po’ alla volta?”. “Non succede tutto in una volta”, disse il Cavallino di cuoio. “Lo diventi. Ci vuole un sacco di tempo. È per questo che non succede spesso alle persone che si rompono facilmente, o hanno bordi affilati o vanno maneggiate con cura. In generale, nel momento in cui sei Vero, la maggior parte del tuo pelo se n’è andata per il troppo affetto, ti saltano fuori gli occhi e ti si slegano le giunture e sei logoro ma queste cose non contano per niente. Una volta che sei Vero non puoi essere brutto, tranne che per le persone che non ti capiscono.”
“Tu sei Vero, immagino”, disse il Coniglietto e poi desiderò non averlo detto perché pensò che magari il Cavallino di Cuoio poteva essere suscettibile. ma il cavallino di cuoio non fece altro che sorridere.
Il Guerriero Vulnerabile
Nel buddhismo, chi si addestra al risveglio del bodhicitta è chiamato bodhisattva o guerriero – non un guerriero che ferisce e uccide, ma un guerriero della non-aggressione che ascolta le grida del mondo.
Essere un vulnerabile guerriero significa:
- Rimanere presenti anche quando l’istinto ci spingerebbe a fuggire
- Aprire il cuore proprio quando vorremmo chiuderlo
- Affrontare l’incertezza anziché cercare illusorie sicurezze
- Riconoscere la nostra fondamentale interconnessione con tutti gli esseri
Questo tipo di coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di rimanere aperti e presenti nonostante la paura. È il coraggio di accettare la nostra vulnerabilità come parte integrante della nostra umanità. Nel tempo non sono stata solo un peluche spelacchiato ma anche una tigre che tirava fuori le unghie e i denti, una persona che, quando necessario, aveva la grinta per rispondere alle difficoltà. ma sono stata davvero meglio quando la mia grinta ha lasciato spazio alla grazia, a quella qualità di gentilezza che accompagna un cuore aperto. Questo mi ha permesso di superare una grande confusione: credere che essere aperti significhi necessariamente essere disponibili. Non è così: possiamo essere aperti e mettere dei limiti. Essere aperti significa permettere alla vita di toccarti e non rimanere incellofanato nelle tue difese
La Cruda Tenerezza del Cuore Spezzato
A volte, come dice una poesia, per praticare bisogna partire dal cuore infranto e se non l’abbiamo dobbiamo trovare il modo di procurarcene uno perché il bodhicitta si manifesta come la crudezza di un cuore spezzato. Sotto la durezza dell’armatura che indossiamo quando siamo feriti, c’è la tenerezza di una genuina tristezza. Questa tristezza è il nostro legame con tutti coloro che hanno amato, che hanno saputo amare, indipendentemente dal risultato. Non possiamo giudicare l’amore dal risultato ma solo dallo spazio che ha creato dentro di noi con quella forza e quella gentilezza che si accompagna a tutto ciò che facciamo quando abbiamo coraggio
Questo genuino cuore di tristezza può insegnarci una grande compassione. Può umiliarci quando siamo arroganti e ammorbidirci quando siamo scortesi. Ci risveglia quando preferiremmo dormire e attraversa la nostra indifferenza.
Come guerrieri vulnerabili, non cerchiamo di evitare questa tristezza o di coprirla con false consolazioni. La accogliamo come un maestro che ci insegna l’empatia e la compassione.
Uscire dal Nido
Troppo spesso ci comportiamo come uccelli timorosi che non osano lasciare il nido. Rimaniamo in situazioni che non ci servono più, aggrappati a falsi sensi di sicurezza, sperando che qualcuno ci protegga dalle incertezze della vita.
Ma come guerrieri vulnerabili, possiamo farci un favore definitivo: uscire da quel nido. Possiamo scegliere di crescere e relazionarci direttamente con la vita, anziché vivere e morire nella paura.
Come dice Pema Chödrön, la domanda centrale dell’addestramento di un guerriero non è come evitare l’incertezza e la paura, ma come ci relazioniamo al disagio. Come pratichiamo con la difficoltà, con le nostre emozioni, con gli incontri imprevedibili di una giornata ordinaria?
La meta che ci poniamo è come arrivare a conoscere la paura, come farla diventare qualcosa a noi familiare, come guardarla dritto negli occhi: non un modo per risolvere i problemi, ma un totale smantellamento dei vecchi modi di vedere, sentire, odorare, gustare e pensare. Quando inizieremo davvero a mettere in pratica il nostro nuovo modo di percepire la realtà, impareremo a convivere con l’umiltà. Pema Chodron
A questo sarà dedicato l’incontro che terrò l‘8 giugno 2025 a Milano dalle 10 alle 17, nella sede della Fondazione Il Lazzaretto.È un incontro in cui l’invito sarà far incontrare la nostra vulnerabilità e la nostra forza e stare in quello spazio intermedio dove nasce il coraggio di essere vivi, il coraggio di essere sé stessi.
© Nicoletta Cinotti 2025
