
Quante volte prendiamo ad esempio un medico per uno stile di vita sano? Conosco medici salutisti e medici assolutamente dis-regolati dal punto di vista degli stili di vita. Eppure raramente pensiamo che questo possa mettere in discussione la loro professionalità. Non è così per gli psicologi e nemmeno per tutte quelle professioni in cui il lavoro richiede un’etica di comportamento, come, per esempio, con le forza dell’ordine.
Ma cosa vuol dire essere in salute per chi esercita la professione di psicologo? Intanto forse dovremmo partire dalla premessa: qual è la motivazione per cui scegliamo una professione? Raramente chi sceglie psicologia lo fa solo per interesse scientifico. Spesso c’è una ragione di dolore o difficoltà personale che ti spinge in quella direzione. C’è qualcosa che aspetta di essere curato e immaginiamo che una laurea ci darà gli strumenti per farlo. Non ci mettiamo molto a capire che non è così però quest’idea di partenza esiste e resiste nel tempo, almeno fino alla specializzazione in psicoterapia. A quel punto ci sono specializzazioni che ti chiedono di entrare in terapia e altre che esulano da questa richiesta, come se potessimo somministrare una cura che non abbiamo conosciuto in prima persona. Non si può davvero “vendere” ad altri qualcosa che non compreremmo per noi. Così come non si può insegnare mindfulness se non la si pratica con fedeltà. Questo è un punto importante per la salute di chi cura e per la sicurezza di chi viene curato. Non è credere che la persona che hai scelto non “abbia problemi” ma sapere che guarda a quei problemi con gli stessi strumenti che offre a te. Alcuni grandi clinici, come Marsha Linehan, hanno avuto diagnosi infauste che sono diventate il loro strumento di cura più importante.
È riuscire a stare dentro, a saper mettersi dentro il dolore che fa la differenza. Se non hai accettato di metterti dentro il tuo dolore, entrerai di striscio dentro il dolore degli altri perché avrai paura di essere contagiato.
Perchè nella nostra professione accetti, ogni giorno, di correre il rischio del contagio emotivo. Il rischio che il dolore dell’altro risvegli una tua parte esiliata. È questo che rende grande il nostro lavoro: accettare di guardare con compassione al dolore nostro e altrui. Percorrere ogni giorno la distanza tra me e te fino a che possiamo dirci vicini. Non domandarti se chi ti cura è “sano di mente”. Domandati se sa guardare il suo dolore con compassione perché quello sarà lo sguardo che rivolgerà al tuo. Non chiedergli di essere perfetto ma di essere umano. Non chiedergli di avere una bella immagine ma di essere congruente. Rispetta i suoi limiti perchè se chi cura ha un atteggiamento grandioso hai la prova che sta negando i suoi bisogni. E infine dai la fiducia giorno per giorno. Non darla mai tutta insieme: è uno spreco di cui potresti pentirti. Dalla giorno per giorno, seduta dopo seduta e ricordati di guardare alla fine perchè la psicoterapia è l’unica relazione che finisce proprio perchè ha funzionato.
Abbiamo un cervello biologicamente progettato per desiderare stabilità, solidità, continuità. (Paul Gilbert) Peccato che la realtà sia diversa (Nicoletta Cinotti)
Pratica di mindfulness: Incontrare le difficoltà
© Nicoletta Cinotti 2024 Autunno: lasciar andare
