
Questo articolo nasce come recensione ma si spinge un po’ più in là: farò un breve riassunto dei punti salienti di questo piccolo libro in cui l’autore racconta, francamente con fare sorridente e divertito, una delle piaghe della nostra comunicazione social: l’insulto.
La ragione per cui scelgo il riassunto – sperando che questo non ti tolga il desiderio di leggere un volumetto piccolo, garbato e interessante – è legato al fatto che in questo torrido agosto gli insulti non sono mancati, né ai vivi (né purtroppo ai morti).
La prima considerazione è che ci sono due tipi di insulti che fanno sì che si possa parlare di insulto come atto linguistico ma anche di insulto come atto emotivo che attiva non l’area del linguaggio (l’area di Broca) ma l’area delle emozioni primitive, la fatidica amigdala che si dà il suo bel daffare a complicarci la vita (leggi l’articolo su “Lasciar andare la mente di povertà).
L’insulto come atto emotivo e non linguistico
L’insulto come atto emotivo rimane presente anche in persone che hanno subito danni del linguaggio e può essere un sintomo di disturbi neurologici come l’Alzaheimer, la sindrome di Gilles De La Tourette e alcune forme di decadimento cognitivo. Svolge una funzione catartica e in alcuni casi aiuta ad essere più resilienti al dolore. Lo prova un esperimento condotto da Richard Stephens autore di Black Sheep. The hidden benefits of being bad, Ad un gruppo di 67 studenti viene chiesto di mettere le mani in un contenitore di acqua fredda, con due opzioni. La prima volta imprecando e la seconda volta usando un termine neutro. Il risultato? Quando imprecavano tolleravano più a lungo il dolore a cui si sottoponevano in modo volontario. Un po’ ironicamente quindi dovremmo pensare che gli haters stanno vivendo una condizione dolorosa e attaccare gli altri li aiuta a sopportare meglio il loro dolore (sono ironica). Di sicuro chiunque abbia assistito alla processione ligure dei cristi che si svolge ogni anno a Recco – molto suggestiva e tradizionale – avrà potuto comprendere il significato del termine “cristare”. I cristezanti, ossia i portatori, percorrono il tragitto ricordando la Via Crucis e la passione di Gesù. Si dividono in due categorie: i “portoei” e i “camalli” . Persino il movimento volto a equilibrare il pesante fardello ha un nome preciso: “brassezzà”, ovvero agitare le braccia libere e bestemmiare ne è un laico corredo che stona parecchio visto il contesto religioso in cui si svolge (Comunque se non avete mai assistito alla processione dei Cristi per l’8 settembre a Recco, posso assicurarvi che vale veramente la pena!). Insomma in quel caso le bestemmie non sono atti linguistici ma atti emotivi che contribuiscono a sopportare la difficoltà del compito!
Parolacce, epiteti e insulti
Ma siamo seri. Parolacce, insulti e epiteti denigratori sono aree lessicali distinte e non tutti gli insulti chiamano in causa il turpiloquio come dimostra un evento estivo che ha fatto molto parlare di sé. Possiamo insultare una persona attraverso figure retoriche proprie del linguaggio colto: analogie, metafore, sineddoche, paradossi come “ti regalo la libertà”, bene che dovrebbe appartenerci di diritto senza bisogno che sia regalata come facevano i padroni romani ai loro schiavi migliori. Epiteti denigratori e parolacce non sono la stessa cosa: gli epiteti, anche se liberi da volgarità, come nigger, puttana, traditrice, sono termini predisposti per diffondere odio e discriminazione. Ogni gruppo sociale costruisce un prototipo di normalità e spesso è la devianza da questo stereotipo di normalità che alimenta l’insulto denigratorio.
Potremmo banalizzare e dire che l’insulto è la parte più primitiva del nostro vocabolario ma questo è vero solo in parte. In realtà l’insulto che sia elegantemente formulato o grossolano – ha molteplici e complesse funzioni sociali. Oltre agli insulti dovuti a cause neurofisiologiche ci sono altre categorie importanti di insulti che si collocano in un continuum con ad un estremo quelli più brutali, meri atti emotivi non dissimili da un pugno o un ceffone, e all’altro estremo atti linguistici raffinati che rappresentano la versione culturale dell’aggressione.
E i bambini?
Possiamo proteggere i bambini dagli insulti? Certamente è necessario proteggerli dalla violenza e quindi anche dagli insulti ma chi ha avuto figli sa che le parolacce sono un gioco proibito a cui alcuni bambini rinunciano malvolentieri e privare il vocabolario di una persona di questo aspetto significherebbe compromettere le sue abilità sociali. Forse il punto, dico io, è sviluppare una migliore regolazione emotiva delle emozioni che stanno alla base dell’insulto: paura, rabbia, vendetta.
Il punto è che l’insultatore ha delle caratteristiche psicologiche che esprimono proprio difficoltà sia nelle competenze sociali che nella regolazione emotiva: scarso autocontrollo, ridotta resilienza, caratteristiche antisociali. Non sarà la repressione o il biasimo che li porterà fuori dall’odio e non possiamo nemmeno dare la colpa allo status socio-economico. Anche questo è un pregiudizio che è ampiamente contraddetto dalla violenza di certe tribune politiche. In alcuni casi può essere parzialmente assorbito o disattivato trasformando la parola in un segno di riconoscimento tra simili, come può essere avvenuto con la parola queer (la famiglia queer di Michela Murgia) o nigga, l’equivalente della parola fratello nelle comunita afro-americane.
Poche soluzioni qualche conclusione
Se è falsa l’idea che gli insulti non siano una forma autentica di linguaggio, è vero che in alcuni casi possono essere atti emotivi e non linguistici, ma le parolacce e gli insulti sono parte integrante del vocabolario in tutte le lingue. Non è un fenomeno marginale e in alcuni casi ha un aspetto catartico (e ci sono parecchie catarsi in giro!) e può essere espresso anche con forme linguistiche raffinate. Un insulto è fatto di gesti, intenzioni, parole, aspettative condivise con un gruppo di riferimento. Definisce le relazioni sociali e può essere usato come mezzo di costruzione dell’identità individuale, alla fine come diceva Wittgenstein, ” i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.
Lasciamo però le ultime parole all’autore e al suo invito a diventare parlanti competenti
Il linguaggio, prontamente, ci viene incontro fornendoci strumenti adatti ad affrontare le avversità che il mondo ci riserva. Spetta però a noi scegliere come affrontarle. Possiamo alzare bandiera bianca e porgere l’altra guancia ad ogni occasione di scontro o, al contrario, esprimere senza ritegno odio e ostilità in ogni circostanza che lo consente. Oppure, possiamo addestrarci a distinguere le situazioni in cui occorre censurare il linguaggio offensivo da quelle che ci autorizzano a disporne, scegliendo i termini con cura e domandandoci senza indugio se le parole che escono dalla nostra bocca possano ritorcersi contro di noi o, accidentalmente, contro qualche vittima innocente. possiamo, e forse dobbiamo, scegliere di agire come parlanti competenti. Filippo Domaneschi
Filippo Domaneschi, Insultare gli altri, Einaudi editore
© Nicoletta Cinotti 2023 Addomesticare pensieri selvatici
