
Quando smettiamo di lottare c’è un attimo, che può durare anche molto tempo, in cui ci rilassiamo. Forse per molti di noi l’inizio della quarantena è stato anche questo. Insieme allo stupore, alla paura, alla preoccupazione, c’è stato un attimo in cui ci siamo rilassati. In quell’attimo ci siamo resi conto quanto il semplice fatto di uscire di casa fosse associato al combattere. Forse ci siamo anche accorti di quanto avevamo bisogno di fermarci. Non l’abbiamo detto ad alta voce. Ma a bassa voce, dentro di noi, questa consapevolezza ha iniziato a serpeggiare: ho bisogno di fermarmi. “Ho bisogno di fermare questa corsa che sta occupando tutto il tempo della mia vita”. L’abbiamo detto a bassa voce perché una consapevolezza così profonda è un po’ schioccante. Ci siamo subito ripresi ricordando quanti danni il nostro lockdown produce e produrrà e abbiamo ricominciato a guardare al momento in cui usciremo di nuovo.
Quell’attimo di rilassamento, le sensazioni che proviamo nel momento in cui cessiamo la lotta, sono l’inizio della pratica. È shamatha. Senza shamatha non può esserci vipashyana, la visione profonda tipica della mindfulness. Quel rilassamento ci permette di avvicinarci al malessere della vita e vederlo in faccia. Per molti di noi è successo così. Abbiamo iniziato a chiederci – sempre segretamente – se davvero vogliamo continuare come prima, se davvero vogliamo riprendere nello stesso modo. Se davvero vogliamo riempire quello spazio vuoto di azioni e pieno di consapevolezza che il lockdown ci ha regalato (a caro prezzo).
Adesso siamo sulla soglia della Fase 2 (la fase 1 era il lockdown ma per “pudore” non è mai stata chiamata fase 1) e tutto ci disegna uno scenario difficile. Uno scenario in cui, di nuovo, iniziare a combattere e lottare. Combattere per la sicurezza economica, per non essere contagiati, per garantire una serenità alle persone che amiamo e non litigare troppo con quelle che non amiamo. Meditare in effetti non vuol dire vivere una vita ideale ma restare in compagnia della nostra esperienza, qualunque questa sia. Se qualche volta riusciamo a guardare più da vicino la nostra paura, senza scappare, va bene. Se davvero non ci riusciamo va bene lo stesso. In fondo la meditazione ci chiede proprio questo: di rilassarci in quello che sta succedendo senza dissociarci. Ci chiede solo di rimanere presenti, non di essere perfetti. Ci invita a non chiedere momenti perfetti ma a dimorare nella nostra imperfetta realtà. Allora la vera lotta sarà permettere che la nostra compassione trasformi la paura in coraggio. Perché questo è il coraggio: avere compassione e comprensione della nostra paura e andare in giro per il mondo con mascherina e guanti: in fondo siamo vulnerabili guerrieri e non eroi. E l’arma dei vulnerabili guerrieri è la tenerezza
La paura impedisce alla tenerezza fondamentale di entrare in noi. Quando una tenerezza colorata di malinconia tocca il nostro cuore, sappiamo di essere in contatto con la realtà. Lo sentiamo. Questo contatto è autentico, nuovo e molto diretto. Chogyam Trungpa
Pratica di mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBSR Online
